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Palazzo Pubblico


Il Palazzo Pubblico è uno dei più famosi monumenti della città di Siena. Osservandone la facciata su Piazza del Campo si notano, subito, i vari periodi di costruzione: al primo ordine di trifore fu usata la pietra, poi il laterizio.

Palazzo Pubblico

Palazzo Pubblico


Le finestre, nel tipico stile senese, hanno tre archetti gotici affiancati e appoggiati su colonnine, mentre al centro di ciascuna ghiera, tra archetti e l'arco acuto principale di ciascuna finestra, è stato inserito uno stemma di Siena. Il corpo centrale è rialzato di un piano rispetto alle due ali laterali.

Battista di Niccolò e Turino di Sano, Monogramma bernardiano

Battista di Niccolò e Turino di Sano, Monogramma bernardiano


Sulla sommità presenta un coronamento merlato di tipo guelfo, cioè senza l'estremità a coda di rondine. Al centro della facciata un grande disco presenta il monogramma di Cristo (detto anche monogramma bernardiano): fu eseguito nel 1425 da Battista di Niccolò e Turino di Sano. Sotto, l'emblema mediceo, ai lati, la Balzana (lo stemma banco e nero del comune di Siena) e un Leone rampante.

Stemma mediceo

Stemma mediceo


Giovanni di Agostino e Agostino di Giovanni, Portale

Giovanni di Agostino e Agostino di Giovanni, Portale


I piccoli fori che puntellano la facciata sono le cosiddette buche pontaie, dove i costruttori medievali incastravano i pali di legno per tirare su le impalcature necessarie al cantiere.

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Cappella di Piazza

Come detto la costruzione della torre termina proprio all'arrivo della peste nel 1348. A questa tremenda epidemia è legato un altro celebre monumento senese che si trova proprio ai piedi della Torre: la Cappella di Piazza che venne costruita nel 1352, per un voto fatto dal Comune, appoggiata al Palazzo. Il cantiere, però, non ebbe vita facile: i quattro piloni d'angolo (le ''more'') vennero più volte modificati e solo nel 1376, sotto la direzione di Giovanni di Cecco, videro la luce. La tettoia che li coprì fu sostituita quasi cento anni dopo, in pieno Rinascimento, da Antonio Federighi (1461).

Mariano Angelo de Romanelli e Bartolomeo di Tommé, Apostoli

Mariano Angelo de Romanelli e Bartolomeo di Tommé, Apostoli


Una volta ad archi a tutto sesto, ancora oggi, chiude la cappella. I pilastri esterni mostrano sei nicchie, sulle dodici ordinate dal Comune, occupate da mediocri statue di apostoli, opera di Mariano Angelo de Romanelli e Bartolomeo di Tommé, detto Pizzino, eseguite tutte fra il 1378 e il 1382; solo il S. Bartolomeo è opera del 1382 di Lando di Stefano. Bella l'architrave in gusto classico con grifi affrontati a vasi. Bellissimi erano i pannelli marmorei che componevano la balaustra della cappella, opera di Giacomo Cozzarelli (1470) e rappresentanti l'Aritmetica e la Geometria.

Mariano Angelo de Romanelli e Bartolomeo di Tommé, Apostoli

Mariano Angelo de Romanelli e Bartolomeo di Tommé, Apostoli


Furono sostituiti da copie di Enea Becheroni (1848) e posti sullo scalone principale di Palazzo Pubblico.
Una elegante cancellata in ferro battuto, originale del Trecento, corre sui lati del monumento, sembra sia opera di Pietro di Betto e potrebbe essere la vecchia cancellata della prima Cappella dei Nove, posta al piano terreno del Palazzo. Sull'altare, restano, purtroppo, scarse tracce dell'affresco del Sodoma con Madonna e Figlio con angeli e L'Eterno, opera eseguita fra il 1537 e il 1539. A lato, piccolo tabernacolo con una delicata Annunciazione e un Gesù benedicente, capolavoro d'ignoto lapicida senese del Trecento.

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Cortile del Podestà

Nel Palazzo Pubblico si entra dalla porta prospiciente la Piazza del Campo, vicino alla Cappella, attraverso il bel Cortile del Podestà, costituito da un elegante colonnato a mattoni su cui si innalza un piano con grandi finestre trifore ad arco acuto.

Torre del Mangia

Torre del Mangia


Qui, insieme a una serie di stemmi di governatori, si possono vedere i resti della statua in pietra del Mangia: l'ultimo automa che ha battuto le ore nella campana maggiore della Torre. Il soprannome 'Mangiaguadagni', dato a suo tempo a Giovanni di Balduccio, ,antico custode e campanaro, ha infatti originato l'intitolazione della Torre stessa.

Giovanni Turino, Lupa (questa Lupa era collocata all'altro ingresso del museo e ora è collocata all'interno del Museo)

Giovanni Turino, Lupa (questa Lupa era collocata all'altro ingresso del museo e ora è collocata all'interno del Museo)


Dal cortile si accede alla Torre del Mangia e al Museo Civico di cui sono visibili la biglietteria e la scala d'accesso, restauro moderno di Mario Terrosi. Sul pianerottolo di questa, sono collocati alcuni forzieri della Repubblica di Siena e la celebre campana che annunciò ai senesi la vittoria di Montaperti (1260).

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Sala delle Lupe

E' un vasto salone su quattro campate, così chiamato per le due lupe marmoree trecentesche che un tempo servivano come gocciolatoi esterni alla facciata del palazzo. Nel 1920, la sala è stata arricchita da pregevoli stemmi, dipinti da Umberto Giunti, e legati alla storia e alle imprese della città (S. Maurizio, S. Virgilio, Spada forte etc.).

Sano di Pietro, San Pietro Alessandrino tra i beati Andrea Gallerani e Ambrogio Sansedoni

Sano di Pietro, San Pietro Alessandrino tra i beati Andrea Gallerani e Ambrogio Sansedoni


Alla parete sinistra, accanto alle lupe, un Mosè, statuetta di Antonio Federighi. Pochi i resti pittorici in un ambiente certo un tempo riccamente decorato: fra questi il più significativo è senz'altro il S. Pietro Alessandrino tra i beati Andrea Gallerani e Ambrogio Sansedoni, sulla parete destra della 3° campata, affresco di Sano di Pietro del 1446. Il Santo regge sulle ginocchia una veduta di Siena nella quale sono ben visibili il Duomo e il Palazzo Pubblico. Sulla parte opposta, è visibile un pregevole affresco del Sodoma, raffigurante un'Aquila e due putti: coronava la Resurrezione di Cristo, sempre del Sodoma, ora traferita in una sala attigua.

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Quadreria

Dal pianerottolo della scala moderna si raggiungono le prime quattro sale, oggi adibite alla quadreria. Collezione composita e variegata, rappresenta un ulteriore ricchezza del già ricchissimo Palazzo Pubblico. Di recente istituzione: in essa sono ordinati numerosi affreschi staccati, tavole e tele sia di scuola senese che di autori italiani e stranieri.
Nella prima sala, molto belle le quattro grandi tele rappresentanti Scene di caccia e già attribuite a Joseph Roos, raffinato pittore austriaco influenzato dalla scuola dei bamboccianti. Notevoli una grande Samaritana al pozzo della scuola di Mattia Preti e una delicata Madonna col bambino, santi e angeli del veronese Felice Brusasorzi. Da ricordare anche le due Marine su rame attribuite a Filippo Napoletano, una Sant'Orsola di anonimo artista senese, una Madonna col bambino ancora di Felice Brusasorzi.

Nella seconda sala si trovano le bellissime sinopie degli affreschi eseguiti dal Sodoma (1537-39) per la Cappella di Piazza del Campo: sono queste assai meglio conservate degli affreschi originali e offrono un'ottima possibilità di godere dell'arte di questo eclettico artista piemontese. Nella sala da ricordare il Cataletto (quattro testate di bara) opera di Bartolomeo di David, proveniente dalla Compagnia di Sant'Onofrio, una Madonna col Bambino e angeli di Andrea Piccinelli detto ''il Brescianino'', un altro Cataletto dipinto da Ventura Salimbeni per la Compagnia laicale di Santo Stefano a Porta Pispini, una Pietà di Vincenzo Rustici e un Martirio di Santi opera di Marco Pino.

Nella saletta di passaggio, o terza sala, particolarmente gradevoli i sei quadretti con i Mesi dell'anno di Cristofano Rustici, provenienti da Palazzo Piccolomini; Patrizi in via di Città e due tele interessanti non tanto per la qualità artistica quanto per la rara iconografia: La processione in Piazza del Duomo di Agostino Marcucci, che testimonia della situazione seicentesca delle adiacenze della Cattedrale e una Lupa senese con fanciullo portabandiera. Vi è poi una deliziosa Madonna col Bambino e Santi riferibile alla prima attività di Rutilio Manetti. Al centro della sala, un globo Mappamondo, opera di manifattura francese del XVIII secolo.

L'ultima sala ospita alcune belle opere di Rutilio Manetti, forse il più importante pittore senese del Seicento, San Girolamo, L'adorazione dei Magi, un intenso San Paolo e una Epifania. Sempre nella sala troviamo uno stendardo dipinto nelle due facce da Sebastiano Folli, lo Sposalizio della Vergine di Pietro Sorri, due opere di Domenico Manetti, figlio di Rutilio, Visitazione, Gesù insegna a leggere a Santa Caterina, oltre ad una vetrina con arredi sacri e reliquiari.
Nel corridoio attiguo all'ingresso, in un'ampia vetrina, è esposta una particolare collezione di ceramiche, sia medievali sia provenienti dalla più importante manifattura senese moderna: quella Chigi, attiva a San Quirico d'Orcia per tutto il Settecento.
L'ultima sala del Museo, oggetto di un recente riallestimento, ospita alcune opere di grandissima importanza: bellissima la Croce di Massarello di Gilio (1301), probabilmente l'opera più antica realizzata per il Palazzo Comunale; particolare la vetratina raffigurante San Michele Arcangelo, attribuita ad Ambrogio Lorenzetti; bellissime le tavolette di scuola senese del XIV e XV secolo tra cui uno scomparto di predella attribuito a Neroccio, raffigurante Una predica di San Bernardino in Piazza del Campo e San Bernardino che libera un'indemoniata.

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Sala del Risorgimento

Da un piccolo vano, si accede all'attigua Sala del Risorgimento (o sala Vittorio Emanuele), il più importante contributo postunitario alla storia del Palazzo. Ricca di opere di scultura e pittura italiana dell'Ottocento (si notano dei bei Dupré e Gallori), la sala è nota per le grandi scene della storia di Vittorio Emanuele II, ''il padre della patria''.

Amos Cassioli, Battaglia di San Martino

Amos Cassioli, Battaglia di San Martino


I dipinti a parete, seppur limitati dall'eccessiva magniloquenza agiografica e illustrativa (molti campeggiano a illustrazione dei sussidiari di Storia più che di Storia dell'Arte), sono pregevoli per la tecnica e per la cura del disegno e del dettaglio.

Cesare Maccari, I funerali del re al Pantheon

Cesare Maccari, I funerali del re al Pantheon


Belle le grandi scene militari di Amos Cassioli, La Battaglia di S. Martino e gli zuavi alla battaglia di Palestro(1886), e quelle di lutto di Cesare Maccari, I funerali del re al Pantheon (1886). Celeberrimi nell'iconografia i dipinti di Pietro Aldi (1886): L'incontro a Novara fra Vittorio Emanuele e il Generale Radetsky e, soprattutto, L'incontro a Teano fra Garibaldi e Vittorio Emanuele. Sulla volta, Allegoria dell'Italia di Alessandro Franchi (1887) e sui pennacchi, Le regioni d'Italia di vari artisti, fra cui Franchi. Al fondo della sala, colossale scultura raffigurante Il dolore opera di Emilio Gallori. In vetrina, la divisa di Vittorio Emanuele, indossata alla battaglia di S. Martino.

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Sala di Balia

Fu realizzata agli inizi del XIV secolo e ha questo nome perché ospitava la magistratura di Balia, un organo chiamato a eseguire le decisioni assunte dal governo, che ebbe sede in questa sala dal 1455 fino alla fine della Repubblica. Qui, fu ucciso, sembra per tradimento, Gilberto da Correggio, comandante dell'esercito senese contro il Piccinino (1455).

Spinello Aretino, Ritorno a Roma di Alessandro III

Spinello Aretino, Ritorno a Roma di Alessandro III


La sala è riccamente affrescata: sulle volte, il senese Martino Bartolomeo raffigurò tra il 1407 e l'anno successivo, gli Evangelisti e sei busti di imperatori e di guerrieri, mentre Spinello Aretino, aiutato dal figlio Parri, negli stessi anni, compì la notevole impresa di dipingere, nelle pareti restanti con le Storie di Alessandro III, vale a dire Papa Rolando Bandinelli, gloria senese, che, nel corso del suo papato, ebbe modo di combattere a lungo e con alterne fortune l'Imperatore Federico Barbarossa. Il ciclo, diviso in sedici quadri, ha inizio dalle due lunette sull'arcone della porta di uscita.
Le scene contrassegnate da una vivacità semplice, ma efficace, di chiara impronta tardo-giottesca, mostrano le imprese del Papa senese, dalla sua incoronazione fino alla sua cacciata da Roma ad opera delle truppe imperiali, dalla sua alleanza con i veneziani fino alla fondazione della città piemontese di Alessandria, che proprio a lui deve il suo nome.

Spinello Aretino, Battaglia di Punta San Salvatore

Spinello Aretino, Battaglia di Punta San Salvatore


Fra i vari episodi raffigurati, non si può non ricordare, per la ricchezza dei particolari e la complessità dell'azione, la Battaglia di Punta San Salvatore (1167), tra le flotte dei veneziani e dei tedeschi imperiali, risoltasi a favore dei primi, alleati del Papa; essa occupa tutta la parte inferiore della parete verso l'uscita. Altrettanto bella è la descrizione del Ritorno a Roma di Alessandro III che si trova invece sulla parete d'ingresso. In quest'ultimo affresco, è ben visibile l'Imperatore Barbarossa, che, sconfitto e perdonato, accompagna il Papa nella città eterna.
La decorazione della sala rappresenta una anomalia rispetto al programma concettuale e iconografico del Palazzo: qui, prima e dopo Spinello, infatti, solo pittori senesi hanno lavorato.
Di rara finezza la residenza (o bancone) in legno intarsiato, già usata dai Magistrati di Balia, risalenti al 1410, opera del maestro di legnami Barna di Turino.

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Anticamera del Concistoro

Un piccolo vestibolo introduce dall'anticappella all'anticamera del Concistoro con bella vista su Piazza del Campo. Qui sono stati trasportati degli affreschi che ornavano, un tempo, altre sale del palazzo e, oggi, si trovano nella parete sinistra dello spazio (pregevole un S. Paolo di Martino di Bartolomeo dove è evidente l'influenza di Taddeo di Bartolo).

Martino di Bartolomeo, San Paolo

Martino di Bartolomeo, San Paolo


Alla parete d'ingresso un notevolissimo, anche se frammentario, affresco staccato con i Santi Caterina d'Alessandria, Giovanni Evangelista e Agostino, proveniente da altra parte del Palazzo e attribuito ad Ambrogio Lorenzetti. Sulla parete d'ingresso, una piccola ancona di Guidoccio Cozzarelli mostra La Madonna con Bambino e due angeli.

Guidoccio Cozzarelli,  La Madonna con Bambino e due angeli

Guidoccio Cozzarelli, La Madonna con Bambino e due angeli

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Sala del Concistoro

Un'elegantissima porta marmorea, attribuita a Rossellino, introduce alla Sala del Concistoro che, dalla costruzione del Palazzo fino al 1786, venne adibita a sede delle riunioni del governo della Repubblica. Domina la sala il ciclo pittorico delle Virtù pubbliche e degli exempla morali con temi greci e romani di Domenico Beccafumi, eseguito tra il 1529 e il 1535.

Bernardo Rossellino, Portale marmoreo

Bernardo Rossellino, Portale marmoreo


I riferimenti tematici e il soggetto sono esplicitamente connessi ai precedenti episodi del Buon Governo lorenzettiano e del ciclo degli Uomini illustri di Taddeo di Bartolo, sempre nel Palazzo, e davvero costituiscono un unico grandioso ciclo iconografico sulla morale politica, opera di diversi artisti, in un arco di tempo molto ampio (quasi due secoli), in sale diverse, ma cementato da una comune tensione civica e politica.
La sala è dominata dalle tre virtù fondamentali del governo: L'amor di patria, La giustizia, La mutua benevolenza o concordia.

Domenico Beccafumi, Marco Manlio gettato dalla Rupe Tarpea

Domenico Beccafumi, Marco Manlio gettato dalla Rupe Tarpea


La fonte storica degli episodi è Valerio Massimo, ma sono ben visibili anche le ispirazioni neoplatoniche e i riferimenti costanti al corpus ermetico.
Fra figure minori che ritmano la volta, troviamo, come esempio di amore di patria, la vicenda di Codro re di Atene che, avvisato dall'oracolo di poter vincere i nemici solo a costo della sua vita, non esita a immolarsi. E come esempio di giustizia, l'episodio di Seleuco di Locri che, dovendo infliggere al figlio, reo di aver commesso uno stupro, la pena dell'accecamento, gli fa cavare solo un occhio, facendosene togliere uno suo. E, infine, la riconciliazione pubblica di Emilio Lepido e Fulvio Flacco, acerrimi nemici fino al momento della comune elezione al ruolo di censori, quando la ragione di Stato dovrà prevalere sulle faccende private, come sublime esempio di concordia.
Capolavoro del Beccafumi, chiaro esempio di un Rinascimento già quasi manieristico, ma ancora legato alla tradizione classica dell'Umanesimo, la volta regala dei veri virtuosismi prospettici come La decapitazione di Spurio Cassio, aspirante alla tirannide o Marco Manlio gettato dalla Rupe Tarpea per la stessa causa.
Ai quattro angoli sono accoppiati eroi greci e romani: Trasibulo e Genuzio, Stasippo di Tegea e Fabio Massimo, Damone e Lucio Bruto, Carunda e Elio.
Sopra il portale d'ingresso vi è una bella tela di Luca Giordano (1680 ca.) raffigurante Il Giudizio di Salomone.

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Anticappella

Ospita uno splendido ciclo pittorico di Taddeo di Bartolo che venne incaricato, nel 1414, di dipingere una decorazione che partendo dalla raffigurazione delle Virtù necessarie al buon esercizio del potere (Giustizia, Magnanimità, Forza, Prudenza e Religione) proponesse una galleria di personaggi particolarmente significativi nella formazione della potenza dell'antica Roma, come Catone, Muzio Scevola, Scipione e altri.

Taddeo di Bartolo, San Cristoforo

Taddeo di Bartolo, San Cristoforo


L'anticappella, infatti, era anticamente usata come anticamera del Concistoro, ospitandone gli uffici e il programma iconografico richiedeva un richiamo alla moralità romana. Così, sull'intradosso dell'arcone verso la Sala del Mappamondo, Taddeo raffigurò la pianta della Roma del tempo classico con le figure di Giove, Apollo, Pallade, ma anche di Aristotele, Cesare e Pompeo (vale la pena di ricordare che Siena si riteneva una diretta filiazione della città eterna).
Nella vetrina sono custoditi alcuni oggetti e arredi sacri utilizzati nel tempo per le cerimonie religiose che qui si svolgevano, la più importante delle quali è sicuramente la Rosa d'oro, opera di Simone da Firenze, capolavoro dell'oreficeria rinascimentale, donata dal Papa Pio II Piccolomini alla città nel 1458.

Lupa senese

Lupa senese


Quasi in contrasto con le scene classiche, sull'alzata della parte opposta all'ingresso, vi è un monumentale San Cristoforo, sempre di Taddeo (1408). Il santo, però, sembra fungere da cerniera con la vicina e celebre cappella interna.

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La cappella

E' uno dei luoghi più suggestivi del Palazzo e vi si accede tramite una bella porta intarsiata del 1426. La cappella nasce a seguito di alcuni lavori di ridefinizione degli spazi interni del Palazzo, all'inizio del XV secolo, e a integrazione e sostituzione della cappella inferiore.

Taddeo di Bartolo, San Giovanni evangelista

Taddeo di Bartolo, San Giovanni evangelista


La cancellata che la divide dal resto dell'ambiente risale al periodo di realizzazione della Cappella. Fu fabbricata, in forme eleganti da Giacomo di Vita, negli anni '40 del Quattrocento, forse avvalendosi di un precedente progetto di Jacopo della Quercia. A destra, si nota una piccola e graziosa acquasantiera pensile con statuette in bronzo, opera di Giovanni Turino. Entrando, in alto al centro, si trova il bello e raro lampadario recentemente attribuito a Domenico di Niccolò, mentre il piccolo ma prezioso organo, collocato sul fianco destro dell'altare, risale al 1520 ca. ed è opera di Giovanni d'Antonio Piffaro.

Domenico di Niccolò, Dettaglio del coro ligneo

Domenico di Niccolò, Dettaglio del coro ligneo


Sempre a Domenico Niccolò va attribuito il magnifico coro ligneo che contribuisce non poco a donare alla cappella un senso di profonda spiritualità medievale e un aspetto pienamente tardo gotico: scolpito e intarsiato finemente tra il 1415 e il 1428, rappresenta, in ciascuno dei 21 sedili, i vari articoli del Credo. Domenico di Niccolò, per la bellezza e fama di quest'opera, venne soprannominato, in seguito, dei cori.
Indubbiamente, però, lo splendore della sala è dato dalla decorazione di Taddeo di Bartolo. Taddeo, incaricato di decorare la cappella all'inizio del Quattrocento, realizzò sui muri cinque storie mariane. L'Annunciazione, posta sopra l'altare, e le quattro grandi scene poste sulla parete sinistra che raffigurano: Il congedo dagli Apostoli, La morte della Vergine, I funerali della Vergine, L'Assunzione. Senza apportare soluzioni particolarmente significative e senza allontanarsi dal dettato giottesco, Taddeo riesce a rendere in modo vivido le storie di Maria (particolarmente bello è il corteo funebre e lo sfondo urbano) e a sottolineare intensamente la sacralità della cappella.
Inoltre, Taddeo di Bartolo dipinse nel soffitto trentadue angeli musicanti, ognuno dei quali suona uno strumento diverso, raffigurato con una precisione tale da permetterci di ricostruire, ancora oggi, un'idea precisa di orchestra medievale.
Infine, da notare l'altare, opera del Marrina, e la bella tavola del Sodoma, raffigurante La Sacra famiglia con San Leonardo (1530 ca.), proveniente dal Duomo e trasferita in Palazzo alla fine del 1600, insieme all'altare.

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Sala del Mappamondo

Dalla Cappella, quasi senza soluzione di continuità, si accede alla Sala del Mappamondo Racchiude l'ambiente più vasto del Palazzo Pubblico essendo stata a lungo destinata alle riunioni del Consiglio Generale della Repubblica. Fu anche la sala da dove prese avvio il programma di decorazione del Palazzo, avvio che non poteva essere più splendido perché ha le forme della Maestà di Simone Martini.

Simone Martini, dettaglio della Maestà

Simone Martini, dettaglio della Maestà


L'opera incarna la nuova mentalità cortese della Siena del tempo, quella celebrata nelle rime del Petrarca che di Simone fu grande amico. Non a caso fu scelta la Vergine come soggetto della prima impresa decorativa del nuovo Palazzo: si voleva testimoniare la speciale devozione che i senesi hanno avuto, in ogni tempo, verso la Madre Celeste e che ogni anno si rinnova attraverso la celebrazione della Festa più amata e famosa dedicata a Maria: il Palio.
L'impresa fu iniziata attorno al 1312, quando Duccio di Buoninsegna aveva terminato da solo quattro anni la sua Maestà per l'altare maggiore del Duomo, oggi al Museo dell'Opera del Duomo. E' inevitabile quindi il confronto fra questi due sommi artisti, confronto del resto che lo stesso Simone aveva ben presente durante la sua lavorazione.
Simone era allora un giovane artista, praticamente agli inizi di una carriera, ma la fama che gli procurò l'opera in questa sala lo fece rapidamente conoscere in tutta Italia e in tutta Europa. Rispetto a Duccio, Simone sceglie una via decisamente più innovativa, e, a costo di perdere quella straordinaria e irripetibile solennità sacra che caratterizza la Maestà del Duomo, decide per delle linee compositive più moderne. Le figure si dispongono dolci e chiare nello spazio del dipinto e lo splendido baldacchino, così fortemente gotico come le cuspidi del trono di Maria, serve quasi a stabilire un rapporto fra l'ordine inferiore e quello superiore dell'immagine: le aste sorrette dai santi scandiscono l'ordine dei personaggi e lo spazio intorno al trono, dorato e imponente, è libero da qualsiasi inserimento. Nessuno, neanche gli angeli, come invece avveniva in Duccio, si appressa a Maria e al Bambino, garantendo una assoluta solennità al gruppo centrale dell'affresco. Non serve neanche riproporre il fondo oro che, qui, viene definitivamente eliminato a favore di una disposizione spaziale perfetta, intangibile. Ricordiamoci che quest'opera chiudeva la stanza più importante della vita pubblica e profana della città: si veniva a creare quindi uno spazio raffigurato sacro e intoccabile che quasi irrompeva all'interno della sala in uno splendido contrasto di sacro e profano. Il fondo blu quindi rompeva lo spazio architettonico e, insieme, poneva l'immagine tutta come luogo irraggiungibile di pace e purezza. A fronte del pericolo di un'eccessiva freddezza dell'opera, Simone risolve qualsiasi squilibrio grazie al gioco sapiente degli sguardi: gli angeli a destra e sinistra, il Battista, San Gregorio sembrano volgersi verso di noi lentamente e amabilmente per invitarci alla visione.
Inginocchiati in primo piano due angeli le porgono cesti di fiori, mentre i Santi senesi le presentano suppliche affinché protegga la sua antica città. Un'iscrizione corre sotto l'affresco, è la rassicurazione della Vergine agli interlocutori che vigilerà su Siena, ma a una condizione:
''Diletti mei ponete nelle menti/che li devoti vostri preghi onesti/ come vorrete voi faro co(n)tenti/ma se i potenti ai debili fien molesti/gravando loro o con vergogne o danni/le vostre oration non son per questi/ne per qualunque la mia terra inganni''

Si tratta quindi di un primo richiamo a quel Buon Governo che, poi, diverrà impegno costante per gli amministratori cittadini.
Girando lo sguardo, sulla parte opposta alla Maestà, Simone realizzò nel 1328 un altro suo celebre capolavoro: Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi.

Simone Martini, Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi

Simone Martini, Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi


Il dipinto faceva parte di un gruppo di figurazioni analoghe che avevano il compito di testimoniare del successo della politica espansionista dello Stato senese in quegli anni. Gloria militare, quindi, contrapposta a quella celeste. Il cavaliere, ammantato della sua giornea ricamata con le insegne della famiglia da Fogliano, monta un cavallo dalla gualdrappa della medesima foggia. Le due figure si stagliano sulla superficie del dipinto, quasi evitando ogni contatto col paesaggio che li circonda: il castello di Montemmassi a sinistra, con gli steccati dell'assedio sopra e sotto, il battifolle con le torri di offesa e l'accampamento dell'esercito senese in basso sulla sinistra, con tende e orti coltivati. Si tratta di un tema assai inconsueto, che coincide in qualche modo con la nascita della ''pittura di cronaca'' concepita a conferma e supporto della realtà e della politica e non più soltanto come intermediazione tra l'umano e il divino.
L'affresco è stato, a partire dagli anni Ottanta, oggetto di una diatriba sulla sua autenticità che ha conosciuto dibattiti e polemiche infinite, con importanti critici come Briganti e Zeri impegnati a negare l'attribuzione, per secoli data per scontata, del Guidoriccio a Simone Martini.
Comunque sia, si può confermare che il dipinto, almeno nelle sue parti originali, è di altissima qualità e che sia la maestria stilistica sia la tecnica esecutiva ci riconducono ineccepibilmente alle qualità di Simone.
Sotto al Guidoriccio è stato rinvenuto, una ventina d'anni indietro, un altro affresco di tema analogo, anch'esso di eccelsa mano, raffigurante Due personaggi e un castello.

Duccio di Boninsegna, Due personaggi e un castello

Duccio di Boninsegna, Due personaggi e un castello


Il fatto che l'opera sia stata presto ricoperta da uno strato di intonaco ci fa mancare qualsiasi tradizione attributiva. Anche qui si è sviluppato un vivace dibattito: le posizioni serie e documentate riferiscono il dipinto all'ultima attività di Duccio, la cui attività di freschista, finora poco nota, è stata recentemente riconosciuta in numerosi episodi nel territorio senese; altre ipotesi, per esempio ancora Zeri, lo vogliono opera di Simone Martini, proprio in contrasto con il Guidoriccio; altri propendono, ma appare meno probabile, per Ambrogio Lorenzetti o Memmo di Filippuccio. I personaggi potrebbero essere il podestà o un membro della Repubblica di Siena nell'atto di prendere possesso di un castello. L'iconografia riguarda quindi sempre le glorie militari e le mire espansionistiche di Siena.
L'affresco fu probabilmente eliminato, insieme alla maggior parte degli altri, raffiguranti le terre e i castelli conquistati da Siena, perché si ritenne di sostituirli con il grande Mappamondo di Ambrogio Lorenzetti, ormai perduto purtroppo da tre secoli e di cui ci manca una descrizione soddisfacente, anche se si presume che contenesse l'immagine della città al centro, circondata dal suo Stato e, a sfumare, tutte le altre terre conosciute. Dell'elaborata macchina girevole, consistente in un grandissimo disco di legno e cartapecora, non restano che le impronte impresse dall'uso sulla parete e il foro per il perno centrale, ma la sua memoria ha fatto sì che alla Sala venisse assegnato il suo nome. Sotto al Guidoriccio, il Sodoma dipinse, nel 1529, due dei Santi protettori senesi: San Vittore e Sant'Ansano, perfettamente conservati.

Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma, San Vittore

Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma, San Vittore


Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma, Sant'Ansano

Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma, Sant'Ansano


Sulla parete davanti alle finestre, nella parte alta, sono raffigurate la Battaglia della Val di Chiana, ad opera di Lippo Vanni (1363) e la Battaglia del Poggio Imperiale contro i fiorentini, dipinta da Giovanni di Cristofano Ghini e da Francesco d'Andrea.
In basso si trova invece una Galleria dei più venerati Santi senesi: dal San Bernardino di Sano di Pietro,

Sano di Pietro, San Bernardino

Sano di Pietro, San Bernardino


eseguito nell'anno della sua canonizzazione (1450), alla Santa Caterina del Vecchietta (1460) e al Beato Bernardo Tolomei, fondatore degli Olivetani (Sodoma, 1530 ca.).

Crescenzio Gambarelli, Beato Sansedoni

Crescenzio Gambarelli, Beato Sansedoni


Questa è forse la più riuscita: terribile e magnifico insieme il dolore delle madri e l'accatastarsi dei corpi dei bambini.

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Sala della Pace

Dalla sala del Mappamondo, si raggiunge la Sala della Pace o dei Nove. È forse la sala più nota tra quelle del Palazzo Pubblico, ricchissima di implicazioni filosofiche, politiche, artistiche che solo in parte si possono approfondire in una semplice visita.
Ha avuto nel tempo molti nomi: ''delle balestre'' perché anche destinata ad armeria; del ''Buon Governo'' perché ospita quell'allegoria; ''della Pace'' da una delle figure qui rappresentate. Ma la sala incarna appieno lo spirito politico dei Nove, la forma di governo che più a lungo e meglio resse a Siena, dal 1287 al 1355, garantendole uno sviluppo economico e artistico con pochi eguali al mondo.

Ambrogio Lorenzetti, La Pace - dettaglio dall'Allegoria del buon governo

Ambrogio Lorenzetti, La Pace - dettaglio dall'Allegoria del buon governo


Proprio i Nove incaricarono nel 1337, Ambrogio Lorenzetti, che, dopo la partenza di Simone Martini per la corte papale ad Avignone, era rimasto il principale interprete della Scuola senese, di decorare l'ambiente. Qui i Nove ricevevano gli ospiti, volendo che fosse immediatamente chiaro quali erano gli ideali che ispiravano il loro agire. La sala è tutta improntata quindi all'elevazione morale della politica e dell'amministrazione.
Si tratta del primo ciclo profano della storia dell'arte giunto fino a noi e si sviluppa per vari gradi descrittivi con una meticolosa determinazione didascalica, come a dire che non vi dovesse essere alcun dubbio sulla comprensione del messaggio proposto. Sulla parete opposta alla finestra, quindi in migliori condizioni di leggibilità, vi è l'Allegoria del buon governo. Essa si basa sul concetto della divisione dei poteri tra il ''governo'', raffigurato attraverso un vecchio saggio vestito dei colori di Siena (bianco e nero), e la ''giustizia'' dotata della simbolica bilancia. I due protagonisti dell'amministrazione dello Stato agiscono sullo stesso piano, pur lavorando in ambiti diversi. Ai piedi del vecchio, la lupa senese allatta i gemelli.
Il ''governo'' si avvale dell'apporto delle virtù laiche che lo circondano (Pace, Prudenza, Fortezza, Temperanza, Giustizia, Magnanimità). In alto con i loro simboli volano le tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità.
Bellissima la figura femminile della Giustizia che occupa tutto il lato sinistro dell'affresco. Essa, in alto, tiene una bilancia i cui piatti sono tenuti nelle mani salde della Sapienza. Dentro i piatti due angeli: il primo taglia la testa a una figura inginocchiata e ne incorona un'altra (Giustizia distributiva); il secondo angelo dona a un personaggio la spada e la lancia, mentre versa i denari in un cofanetto che un'altra figura tiene (Giustizia commutativa). Dai piatti della bilancia della ''giustizia'' si diparte un doppio filo, poi riunito dalla figura della ''concordia'' e consegnato da questa a ventiquattro cittadini che lo riconducono al ''governo'', a significare che la separatezza dei poteri, secondo l'antica concezione aristotelica dello Stato, mutuata dal pensiero di Tommaso d'Aquino, deve conoscere aspetti di vicinanza, garantiti dalla partecipazione dei cittadini alla gestione delle cose pubbliche. E' un complesso programma iconografico, certo non accessibile a tutti i visitatori dell'epoca, ma l'inserimento delle didascalie e la bellezza delle figure davano e danno, anche ai meno esperti, un senso di rettitudine e forza morale come pochi altri nell'arte italiana.
Sull'altro lato della figurazione è schierato l'esercito con dei prigionieri in catene, come altro elemento fondamentale dell'equilibrio politico.
Nella parete accanto, sovrastante la porta d'accesso, sono dipinti Gli effetti del buon governo in città e in campagna che è, forse, il più bel paesaggio dell'Arte italiana medievale, spessissimo riproposto in riviste, libri e giornali.

Ambrogio Lorenzetti,  dettaglio dall'Allegoria degli effetti del buon governo in città e in campagna

Ambrogio Lorenzetti, dettaglio dall'Allegoria degli effetti del buon governo in città e in campagna


La città e il paesaggio non sono astratti ma ben identificabili in Siena e nel suo territorio, raffigurati con tutte le loro peculiari caratteristiche. Ben visibile è la cupola e il campanile del Duomo, in alto a sinistra. Nella Siena medievale fervono le varie attività: i commerci, le manifatture, lo studio. I muratori costruiscono nuovi edifici in una città che cresce. Splendido e pieno di poesia il Girotondo delle fanciulle al centro della piazza, che oltre alla grazia dell'insieme spicca per i particolari delle acconciature e del tamburello suonato da una delle donne. I traffici sono intensi lungo la strada (la Francigena) che taglia la città e la sua campagna, che è segnata dall'intervento rispettoso dell'uomo che la usa a suo vantaggio. Su tutta la scena domina la ''securitas'', la cui morbida grazia non è scalfita dalla sinistra presenza dell'impiccato. La sicurezza che per i più si tramuta nell'agio di condurre tranquillamente le proprie occupazioni, per alcuni di dedicarsi al diletto dello spirito.

Sulla parte opposta, rispondendo ad una esigenza di tipo didattico, sono raffigurati L'allegoria e gli effetti del cattivo governo in modo che l'esempio negativo possa ancor più far brillare le concezioni dei Nove.

Ambrogio Lorenzetti, dettaglio dall'Allegoria del cattivo governo

Ambrogio Lorenzetti, dettaglio dall'Allegoria del cattivo governo


Purtroppo questa parte del ciclo è giunta a noi mutila di molte parti, scomparse per l'incuria dell'uomo più che per le ingiurie del tempo.
Il concetto che si vuole esplicitare è quello della ''tirannia'', di un tipo di governo cioè che non guarda al bene comune, ma ai propri ristretti interessi. Per ottenere il proprio risultato il Tiranno, che come consiglieri tiene i ''vizi'', ha dovuto per prima cosa neutralizzare la ''giustizia'', legata e spogliata ai suoi piedi. Poco si vede della sagoma della giustizia, purtroppo, e in cattive condizioni sono anche i Vizi seduti (Crudeltà, Inganno, Frode, Furore, Discordia, Guerra); ben conservata la figura del tiranno, che ricorda il satana dei Giudizi Universali sparsi per la Toscana, e i tre massimi flagelli, svolazzanti in alto: Avarizia, Superbia e Vanagloria.
Ne conseguono effetti devastanti per la città e la campagna, ridotte a scenario di angherie e violenza, teatro di morte e distruzione. Drammatica è la descrizione pittorica di questo paesaggio, privo di luminosità, dove l'uomo è quasi scomparso ed esiste solo per combattere.
Un recente restauro, lungo e impegnativo, ha restituito questo capolavoro dell'arte italiana, senza alterarne le perdite, ma risaltandone i particolari, davvero infiniti, dell'opera.

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Loggia dei Nove

Fra il Salone del Risorgimento e quello di Balia, una ripida scala porta alla Loggia del palazzo. All'inizio della scala, ancora visibile, bell'affresco quattrocentesco della Madonna con Bambino, attribuito a Neroccio di Bartolomeo.

La loggia dei Nove

La loggia dei Nove


Alla fine, la grande Loggia si affaccia sulla piazza del Mercato, opposta a quella del Campo, con un bellissimo panorama verso Sud della Città. La Loggia risale al 1348 e aveva la funzione di concedere un momento di ricreazione ai Nove Reggitori ai quali era fatto divieto di uscire dal palazzo, ad eccezione dei giorni festivi. Nella Loggia vennero collocati ne 1904 grandi frammenti originali della Fonte Gaia di Jacopo della Quercia, ora sistemati nel complesso di Santa Maria della Scala. Dalla Loggia una porta immette nella sala del capitano del Popolo.

Palazzo Pubblico

Palazzo Pubblico

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Sala del Capitano del Popolo

E' la sala dove attualmente si riunisce il consiglio comunale. Alle pareti troviamo due grandi tele di Amos Cassioli, pittore di fine Ottocento, con il Giuramento di Pontida (tema davvero eccentrico a Siena) e Provenzano Salvani nel Campo di Siena. Ciò che impreziosisce davvero la sala, sono le sedici lunette che ne scandiscono il soffitto, decorate fra il 1592 e il 1600 dai maggiori pittori senesi. Le storie riguardano momenti della vita di Siena: Papa Urbano V approva la regola dei Gesuati del Beato Colombini (Crescenzio Gambarelli, 1600);
Predica di S. Bernardino in Piazza del Campo contro i giochi d'azzardo, dipinto, molto colorito, di Ventura Salimbeni (1598);
Il Capitano del Popolo ingiunge a Carlo IV di uscire da Siena (d'attribuzione incerta, forse Sebastiano Folli o Jacopo Rustici);
Papa Pio II consacra arcivescovo di Siena Don Antonio Piccolomini, bella opera di Rutilio Manetti (1598);
Vittoria dei senesi sugli orvietani (attribuzione incerta, Sebastiano Folli o Jacopo Rustici);
S. Ansano battezza i senesi, Martirio di S. Ansano (Vicenzo Rustici, 1596);
Stemma di Cosimo II di Cosimo II dei Medici fra due figure allegoriche (Ignoto o Sebastiano Folli);
Il Beato Ambrogio Sansedoni ottiene da Martino IV l'assoluzione degli interdetti contro Siena (Francesco Vanni, 1596);
Vittoria dei Senesi contro Arrigo VII a Radi (Francesco Vanni, 1598);
S.Caterina esorta Gregorio XI a tornare a Roma, altra bella scena di Rutilio Manetti; Pio II dona a Siena il braccio del Battista (Paolo Piasani, 1592);
Vittoria di Montaperti, vivida rappresentazione di Salimbeni (1597);
Carlo IV concede benefici all'Università senese del Folli (1598);
Assedio di Antiochia dei soldati senesi e Salimbene Salimbeni patriarca della città ancora del Salimbeni (1597);
Proclamazione di Papa Niccolò II (ignoto);
Vittoria dei senesi a Rosario su Enrico VI, probabilmente del Folli.

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Torre del Mangia

Uscendo da Palazzo Pubblico e tornando sulla Piazza del Campo basta alzare un poco il capo per vedere svettare uno dei monumenti più celebri di Siena, elemento caratteristico della città: la Torre del Mangia che, dopo quella di Pisa, è senz'altro la più celebre torre toscana e, forse, italiana. Abbiamo accennato a Giovanni Balduccio, battitore delle ore alla campana della Torre, che, soprannominato ''il Mangia'' per il suo appetito culinario e pecuniario, finì per dare il suo nome al monumento e le sue fattezze all'automa in legno o pietra che, dopo la sua morte, lo avrebbe sostituito per secoli nel ruolo di battitore.

Torre del Mangia, Cima della torre

Torre del Mangia, Cima della torre


Torre del Mangia

Torre del Mangia


La torre fu iniziata nel 1325 e finita nel 1348, subito prima dell'arrivo della Peste Nera. E' alta 87 metri (102 con il parafulmini). Ideatori della costruzione furono Francesco e Muccio di Rinaldo, artisti aretini che affidarono la montatura al Mastro Agostino di Giovanni. La torre è tutta in cotto fino al coronamento che è invece di travertino bianco con delle lunghe bertesche disegnate, sembra, dal grande Lippo Memmi, cognato di Simone Martini. L'orologio fu costruito nel 1360 da Bartolomeo Guidi. Nel 1428 il quadrante fu dipinto e nel 1776 fu rifatto in pietra e ornato di un affresco coperto da una tettoia. Questi ultimi due elementi sono scomparsi con i restauri d'inizio Novecento.
La campana maggiore risale al 1666, terza dopo quella originale del 1348 e quella, riuscita male, del 1634. Pesa 6.760 chili e a causa della sua mole venne stavolta installata sopra la cella campanaria, dove la vediamo oggi. Anche questa, però, non fu fusa in modo perfetto e, per migliorarne il suono, ne fu asportato un piccolo spicchio. Ancora oggi il suo suono non è uniforme e varia a secondo del punto in cui viene percossa dal batacchio. Essendo suonata manualmente solo nel giorno del Palio, il suo suono particolare viene associato dai senesi all'imminenza della festa.

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Piazza del Mercato

Piazza del Mercato

Piazza del Mercato


Alle spalle del Palazzo Pubblico e del Campo si stende più in basso la grande piazza del Mercato, aperta su un lato e chiusa sugli altri da belle abitazioni medievali.

Loggia del Mercato

Loggia del Mercato


A sud la piazza si volge, infatti, verso la campagna con un bel panorama sulla vegetazione. Dalla piazza del Mercato è possibile girare intorno al Palazzo per averne una visione complessiva. Il retro sulla piazza del Mercato si presenta spartano con la bella e ampia loggia in alto.

Palazzo Pubblico

Palazzo Pubblico


Ma risalendo verso il Campo, lungo la via Salicotto, è possibile riconoscere il corpo di fabbrica annesso nel 1325 al Palazzo. I lavori furono diretti da Minuccio di Scotto e da Minuccio di Tura e portarono all'ampliamento delle sale del Palazzo Pubblico e alla riorganizzazione dei sotterranei, adibiti a prigione.

Piazza del Mercato

Piazza del Mercato

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